Palestina Balfour Before Nakba

Sovente assistiamo ad una narrazione distorta dello stato Palestina, presentato nell’immaginazione collettiva come un paese di nomadi tende e dromedari. Una narrazione fatta da chi?

Per capire allora il senso di questa narrazione occorre distinguere 2 momenti storici, Palestina Prima e dopo la Nakba. L’Esodo a cui sono stati costretti dagli Israeliani

Glo storici si dividono sulla origine dei Palestinesi

«Gli arabi di Palestina iniziarono a parlare usando ampiamente il termine “palestinese” a partire dal periodo precedente alla prima guerra mondiale per indicare il concetto nazionalista di popolo palestinese. 
Precedentemente i territori della palestina compresa Transgiordania erano territori dell’impero Ottomano.

La popolazione al tempo della conquista araba era prevalentemente cristiana, subì la conversione per evitare un gravame fiscale, basando la loro argomentazione sul ‘fatto che al tempo della conquista araba, la popolazione della Palestina era principalmente cristiana, e che durante la conquista dei crociati circa quattrocento anni dopo, era principalmente musulmana. 

Ci piace tuttavia l’analisi che fanno Bassam Abu-Libdeh, Peter D. Turnpenny e Ahmed Teebi, che nel loro studio “Genetic Disease in Palestine and Palestines” concludono : I palestinesi sono un popolo indigeno che vive o proviene dalla Palestina storica… Sebbene i musulmani garantissero la sicurezza e concedessero la libertà religiosa a tutti gli abitanti della regione, la maggioranza si convertì all’Islam e adottò la cultura araba”

Andando avanti nella storia sia arriva ai tempi Moderni.

NEL 1916, DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE, IL GOVERNO FRANCESE E QUELLO BRITANNICO STIPULARONO L’ACCORDO DI SYKES-PICOT PER COLONIZZARE IL VICINO ORIENTE E SPARTIRSI I PAESI.

La spartizione venne pianificata nel 1920 con la conferenza di Sanremo, incontro tra i rappresentanti delle nazioni vincitrici della Prima guerra mondiale, il primo ministro britannico David Lloyd George, il primo ministro francese Alexandre Mitterand, il presidente del Consiglio italiano Francesco Nitti e l’ambasciatore giapponese Keshiro Matsui, dove si determinarono i mandati che queste nazioni avrebbero assunto nei confronti dei territori derivanti dalla spartizione dell’Impero ottomano nel Vicino Oriente.

Il Regno Unito prese sotto mandato l’attuale Giordania, la Palestina e l’Iraq, affidando, un anno dopo, la parte a est del Giordano all’emiro Abd Allah. La Francia invece acquisì il Libano e la Siria come “mandato” della Società delle Nazioni.

(Il mandato era uno strumento giuridico previsto dall’art.22 del patto istitutivo della Società delle Nazioni. I territori soggetti al mandato erano precedentemente controllati dagli Stati sconfitti nella Prima guerra mondiale).

Il sionismo, movimento politico religioso che intende costituire in Palestina uno stato ebraico per tutti gli ebrei del mondo, in quegli anni si stava diffondendo sempre più in Europa ma, fino al 1917, i sionisti erano vaghi riguardo ai loro reali progetti di creazione di uno stato ebraico per paura di essere cacciati dalla Palestina.

Gli ebrei nella Palestina ottomana erano circa 20mila su 800mila abitanti complessivi ( i musulmani erano circa 700 mila e i cristiani 80 mila). Occorre ricordare che le minoranze religiose che abitavano i territori dell’impero Ottomano erano libere di praticare le religioni diverse da quella musulmana nonostante avessero uno status giuridico inferiore a quello dei musulmani.

Questa venne poi consolidata con il trattato di Sèvres, un trattato di pace firmato dalle potenze alleate della Prima guerra mondiale e l’impero ottomano nella città francese di Sèvres.

Questo è l’atto formale che materialmente incastra la Palestina in una morsa occidentale senza fine fino a portare i palestinesi all’ESODO succesivo con il supporto di tutto l’occidente.

La Gran Bretagna, in specie, era fortemente intenzionata a controllare il canale di Suez e per perseguire questo obiettivo, abbracciò la causa sionista. e riportiamo ancora una volta l’atto costitutivo del Sionismo= Balfour

Il 2 novembre del 1917 il ministro degli esteri britannico Arthur Balfour scrisse una lettera al principale rappresentante della comunità ebraica inglese Lord Rothchild, nota come “Dichiarazione di Balfour” nella quale fece una promessa ai sionisti di creare una nazione per gli ebrei in Palestina:

“Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”.

Nakba in arabo Significa letteralmente La Catastrofe. In Paleastina è diventata sinonimo di Esodo senza ritorno che ha riguardato, solo fra il 1947 1948 ,quasi un milione di cittadini, in seguito della nascita della stato Israeliano

LA MOSSA DEL CAVALLO

Vi è un avvenimento a monte di tutto quanto è successo con l’esodo che si ritiene fondante di tutti i fatti futuri

Le 67 parole da cui nacque Israele Dichiarazione di Balfour
Sono quelle della dichiarazione Balfour, un documento nato fra intrighi e ambiguità che contribuì in maniera decisiva alla creazione dello stato ebraico

Era un testo brevissimo, 67 parole in tutto, che però ebbe enormi conseguenze. Con gli anni è diventato uno dei testi diplomatici più controversi della storia. Fu elaborato con grandi cautele in un periodo di difficoltà militari, prodotto da fitte trattative portate avanti da agenzie rivali all’interno del governo, da volenterosi dilettanti e da faccendieri truffaldini. Il risultato, fra l’altro, era in contraddizione con altri impegni che il governo britannico aveva preso in quegli anni.

Per i sostenitori di Balfour e del sionismo, la data della dichiarazione è da decenni un giorno da festeggiare. Per i suoi critici, un atto di cinismo politico che produsse una delle più gravi ferite inflitte al Medio Oriente da una potenza occidentale.

Ecco perché la lettera era così significativa.

Se l’accelerata definitiva nell’esplusione degli Arabi palestinesi avvenne certamente a partire dalla dichiarazione di guerra al nuovo Stato ebraico da parte dei Paesi della Lega Araba il 14 maggio 1948, la fuga dei cittadini di religione islamica dal territorio dell’ex Mandato britannico era in realtà cominciata nei difficilissimi e sanguinosi mesi che precedettero la risoluzione delle Nazioni Unite che darà vita allo Stato ebraico.

Durante l’ultima fase della presenza britannica, segnata dal graduale disimpegno nel governo cominciato nel 1920, la Palestina era stata segnata da una forma di guerra civile combattuta da tre soggetti in conflitto tra loro: da una parte le forze paramilitari israeliane (precedenti all’esercito regolare) inquadrate nell’Haganah e nell’Irgun, un’organizzazione terroristica estremista che aveva come obiettivo sia gli Arabi che gli Inglesi.

MEMBERS OF THE SPECIAL NIGHT SQUAD GOING OUT TO TRAIN IN THE JEZREEL VALLEY. çáøé ôìåâåú äìéìä éåöàéí ìàéîåï áòî÷ éæøòàì.

L’escalation di violenze, estese a tutto il territorio della Palestina, era stata costante. Le milizie israeliane erano gradualmente passate dalla difesa all’offesa in una fase di guerra psicologica, fatta di attentati e rappresaglie reciproche tra i coloni e la popolazione arabo-palestinese che rispondeva al fuoco, sia nelle città che nei villaggi.

November 1948: An Arab refugee in a camp in Palestine. (Photo by Keystone Features/Getty Images)

Uno degli episodi più gravi fu causato dall’azione dell’Irgun, dei cui vertici faceva parte anche il futuro premier Menachem Begin. Il 9 aprile 1948 i membri dell’organizzazione paramilitare avevano massacrato la popolazione di Deir Yassin sulla strade per Gerusalemme con l’alibi di sgomberare la via verso la città.

Questo ed altri massacri hanno diviso la storiografia mondiale sulla analisi della Nakba  con alcuni storici che hanno inquadrato l’azione dell’Irgun come vera e propria pulizia etnica. La prima analisi data invece dalle fonti israeliane cronologicamente più prossime ai fatti indicò le violenze dei paramilitari come causate da necessità strategico-militari in preparazione della guerra di indipendenza con la serie di evacuazioni e distruzioni che precedettero lo scoppio del conflitto il 14 maggio. La più recente storiografia ha invece analizzato i fatti che innescarono l’esodo palestinese ascrivendoli ad una serie di concause che avrebbero accelerato la Nakba: da una parte la costante pressione armata dei paramilitari israeliani (che in molti casi hanno generato un’evacuazione spontanea della popolazione)  e dall’altra l’approssimarsi di una guerra contro gli Stati arabi in cui gli abitanti della Palestina si sarebbero venuti a trovare nel mezzo delle operazioni belliche.

Un “esodo” pianificato

Già nel giugno del 1947 i comandi dell’intelligence dell’Haganah avevano preparato il piano di “trasferimento” della popolazione arabo-palestinese, esercitando una pressione sempre più consistente. Nell’aprile del 1948 l’Haganah combatteva alle porte di Haifa e in Tiberiade, mentre l’Irgun iniziava il bombardamento di Jaffa.

Dal 15 maggio 1948 l’esodo diventò biblico, con la Brigata Alexandroni che spiana i villaggi arabi aprendo la strada per Gerusalemme causando l’esodo forzato di 250.000 Palestinesi nei giorni immediatamente successivi. Il 14 luglio sarà la volta dei 60.000 deportati da Ramallah e Lydda motivati dalle necessità di sgombero per l’avanzata dell’Esercito egiziano. Altri 250.000 lasceranno città e villaggi nelle ultime fasi della guerra durante i primi mesi del 1949, quando il bilancio stimato fu di oltre 500 villaggi distrutti e 11 aree urbane evacuate in territorio palestinese.

Nella conferenza di Losanna alla fine della Prima guerra Arabo-israeliana, le nazioni della Lega Araba rifiuteranno l’ultima e unica proposta israeliana sul rientro parziale di 100.000 profughi, che sarà in seguito ritirata. Una seconda ondata di profughi dalla Palestina si verificherà durante la schiacciante avanzata israeliana durante la guerra dei Sei Giorni del 1967. Ad oggi, sono circa 5 milioni i Palestinesi in esilio all’estero.

FOTO DI REPERTORIO

lA VITA QUOTIDIANA PRIMA DELL’ESODO

A JAFFA, RAMALLA, GERUSALEMME

La vita quoridiana non era da selvaggi nomadcammellieri, anzi la Palestina era fra i paesi più evoluti del periodo in Medio Oriente

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