Pre esodo Accordi Balfour

Mark Sykes in una caricatura di Vanity Fair del 1912. Sykes era un deputato britannico senza particolari esperienze di politica estera che nel corso della guerra svolse un ruolo fondamentale nel disegnare il futuro del Medio Oriente (University of Virginia Fine Arts Library

Il contesto Internazionale che precede Balfour

Nel tardo autunno del 1917 la Prima guerra mondiale era in corso ormai da tre anni. Milioni di soldati erano rimasti uccisi o feriti sul fronte occidentale nel tentativo di sconfiggere la Germania, senza ottenere grandi risultati. L’esercito tedesco continuava ad occupare alcune delle zone più ricche della Francia e non sembrava incline ad andarsene.

Mentre i rovesci militari si susseguivano uno dopo l’altro, gli orientalisti tentavano anche di perseguire la via diplomatica, cioè cercare sudditi insoddisfatti dell’Impero da usare contro i turchi e potenziali alleati da attirare nella guerra offrendo loro un pezzo dell’Impero una volta vinta la guerra.

Ad esempio, tra il luglio del 1915 e i maggio del 1916, un inviato britannico scambiò lettere con lo sceicco Hussein de La Mecca, uno dei più importanti leader religiosi musulmani e un potente capo tribale arabo.

Nelle lettere, Henry MacMahon promise in termini estremamente ambigui che in cambio di una sollevazione degli arabi contro i turchi, Hussein sarebbe divenuto re di uno stato arabo indipendente dopo la guerra.

La corrispondenza MacMahon-Hussein divenne uno dei controversi e contraddittori documenti prodotti dal governo britannico nel corso della guerra. Come il documento, ancora più famoso, elaborato quasi contemporaneamente da un altro inviato britannico, Mark Sykes: il Sykes-Picot,

in cui il Medio Oriente veniva spartito tra territori sotto controllo diretto di francesi e britannici e territori sottoposti a un’indipendenza “nominale” degli arabi (che però erano obbligati ad accettare “consiglieri” delle due potenze le cui decisioni erano da considerare vincolanti).

Il governo britannico esprimeva la sua simpatia per le aspirazioni
del movimento sionista e dichiarava che avrebbe fatto il possibile per facilitare
«l’insediamento in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico».

In questo quadro di iniziative confuse e contraddittorie si inserisce la dichiarazione Balfour e la promessa di sostenere la creazione di uno stato ebraico in Palestina.

La dichiarazione di Balfour è comunque figlia di molti fattori diversi. Da un lato c’era il desiderio britannico di affidare la Palestina a “mani sicure” (la Palestina era considerata, con un po’ di fantasia, una sorta di “primo gradino” di una lunghissima scala che portava all’India britannica).

Affidarne una parte agli ebrei, che avrebbero invocato i britannici come loro protettori, era visto da molti come un modo di realizzare questo obiettivo.

Inoltre, buona parte del merito fu di alcuni importanti esponenti del movimento sionista, la fazione – all’epoca minoritaria – secondo cui il popolo ebraico doveva ritornare ad abitare in Terra Santa.

I sionisti iniziarono molto presto a fare pressioni sul governo britannico. E lo fecero in maniera astuta: sfruttando gli stessi pregiudizi anti-ebraici così diffusi all’epoca.

E’ in questa atmosfera che si genera la teoria perversa della spartizione di Mark Sykes: il Sykes-Picot, in cui il Medio Oriente veniva spartito, con un righello, tra territori sotto controllo diretto di francesi e britannici e territori sottoposti a un’indipendenza “nominale” degli arabi

(che però erano obbligati ad accettare “consiglieri” delle due potenze le cui decisioni erano da considerare vincolanti).

Una mappa del Medio Oriente inclusa nel carteggio tra Georges-da uPicot e Mark Sykes (Royal Geographical Society)

Cos’ come tante altre proposte che sotto la pressione Sionista spingono a considerare la Palestina un “deserto terra di nessuno”, che era necessario, CIVILIZZARE. E chi meglio di loro potevano portare cultura economia e civiltà a costo zero.

Si continua con proposte da tutte le parti, dove tuttavia è assodato concettualmente che la Palestina deve essere Occupata

E si conclude come detto con la Dichiarazione di Balfour, con la quale

il governo britannico affermava di guardare con favore alla creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” in Palestina, allora parte dell’Impero ottomano, nel rispetto dei diritti civili e religiosi delle altre minoranze religiose residenti. Tale posizione del governo emerse all’interno della riunione di gabinetto del 31 ottobre 1917.

La dichiarazione Balfour successivamente fu inserita all’interno del trattato di Sèvres che stabiliva la fine delle ostilità con la Turchia e assegnava la Palestina al Regno Unito (successivamente titolare del mandato della Palestina). Il documento è tuttora conservato presso la British Library.

Foreign Office

2 novembre 1917 –

Egregio Lord Rothschild, è mio piacere fornirle, in nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni dell’ebraismo sionista che è stata presentata, e approvata, dal governo:

‘Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale [national home] per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni’.

Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista.

Con sinceri saluti

Arthur James Balfour.

Ci sono due ragioni per considerare Balfour una dichiarazione sostanziale dal punt di vista strategico ed operativo

La prima sta in due parole : “popolo ebraico”. Che gli ebrei fossero un popolo era sempre stato chiaro a tutti, ma avevano lo status di stranieri, ma senza uno stato che li proteggesse: apolidi senza diritti in quanto membri di un popolo senza terra.

La Rivoluzione Francese volle concedere a ogni singolo ebreo “tutto” (cioè in sostanza la cittadinanza) e però al popolo “nulla” (cioè il ritiro di ogni riconoscimento).

Con questo gesto, imitato prima o poi in tutt’Europa, l’ebraismo si cambiava da popolo a mera religione. In Italia si parlava di “cittadini di religione mosaica”. Che l’ebraismo sia una religione e non un popolo e quindi non possa avere diritto all’autodeterminazione o a un territorio, è ancora sostenuto da islamisti e palestinisti, nonché dagli ebrei antisionisti, per esempio da buona parte del mondo reform.

La dichiarazione Balfour spazzava via questo inganno e parlava di “popolo” e di “casa nazionale” in sintonia con le richieste sioniste. E’ una rivoluzione fondamentale o un ritorno alle origini, che ancora non è chiaro a tutti.

La seconda ragione è che la dichiarazione fornì la base concettuale e anche linguistica a due documenti ben più impegnativi, perché delibere di organismi legali, giuridicamente impegnative: la conclusione della conferenza delle potenze vincitrici della guerra a San Remo (19-26 aprile 1920) e la delibera dell’istituzione del mandato britannico di Palestina, votata dalla Società delle Nazioni (l’Onu di quel tempo) 24 luglio 1922. In entrambi era ripresa la formula della “national home”, ma il “favore” diventa uno “scopo del mandato”.

Nell’articolo 2 della delibera si legge:

“ Il Mandatario [cioè la Gran Bretagna] sarà responsabile per porre il paese in condizioni politiche, amministrative ed economiche tali da assicurare l’istituzione di una casa nazionale Ebraica, come stabilito nel preambolo, e lo sviluppo di istituzioni di autogoverno, come pure per la salvaguardia dei diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della Palestina, indipendentemente dalla razza e dalla religione.”

E nell’Art. 6:

“L’amministrazione della Palestina, pur garantendo che i diritti e la posizione di altre sezioni della popolazione non siano pregiudicate, faciliterà l’immigrazione Ebraica in condizioni adeguate e incoraggerà, in collaborazione con l’agenzia Ebraica di cui si riferisce all’Articolo 4, l’effettivo insediamento degli Ebrei sulla terra, inclusi terreni statali e terreni incolti non necessari per scopi pubblici.”

La Dichiarazione rimane comunque controversa per molti aspetti. Questa afferma il supporto da parte del governo di Sua Maestà per le aspirazioni dell’ebraismo sionista e sottoscrive l’aiuto dello stesso a facilitare la creazione di un «focolare nazionale» (national homeper il popolo ebraico in Palestina. Tuttavia, viene anche messo in chiaro che «nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non-ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni».

Con queste parole non viene prevista la creazione di un vero e proprio stato ebraico in Palestina, cosa che poi accadrà effettivamente con la fondazione di Israele; inoltre, si sottolinea come i diritti delle popolazioni locali, civili e religiosi, non debbano essere lesi: il territorio era infatti abitato per la maggioranza – allora circa il 90% – da non ebrei, per lo più arabi musulmani, ai quali, peraltro, l’Inghilterra stessa aveva fatto promesse territoriali in cambio del supporto locale nella lotta contro l’Impero Ottomano (facendo salire a tre il numero di parti con cui erano stati presi accordi sullo stesso lembo di terra).

La Gran Bretagna ignorerà questi suoi obblighi, privilegiando il suo interesse ad accordarsi con gli arabi alle spese del popolo ebraico, assumendosi la gravissima responsabilità di impedire la fuga degli ebrei minacciati dal nazismo. Ma non poté certo cancellarne il contenuto. Bisogna notare che questo testo è ancora legalmente valido oggi, perché lo statuto dell’Onu lo richiama e sottoscrive. Insomma, la legittimità dell’insediamento ebraico in tutto quel che era il Mandato Britannico di Palestina, inclusa Giudea e Samaria, deriva da questo testo, ancor più e prima della votazione dell’Assemblea Generale dell’Onu del 1947. Insomma la Dichiarazione Balfour è un anello importante della catena di eventi che hanno portato alla costituzione dello Stato di Israele. Per questo è giusto ricordarla ancora oggi, dopo più di un secolo.

Gli orientalisti pensavano che la soluzione del conflitto non potesse arrivare dal fronte occidentale, dove gli eserciti erano incartati in un conflitto inconcludente da tre anni. Secondo loro, l’esito della guerra si poteva cambiare soltanto colpendo gli alleati minori della Germania che si trovavano in Oriente, facendo a pezzi la coalizione che la sosteneva. Il loro obiettivo principale era l’Impero Ottomano, un’antica potenza in declino. L’Impero Ottomano era alleato con la Germania e controllava l’attuale Turchia e tutto il vastissimo territorio compreso tra Egitto e Iran. Secondo gli orientalisti, far uscire la Turchia dalla guerra avrebbe innescato un effetto domino che avrebbe portato alla caduta della Germania.

La capacità degli orientalisti di ottenere truppe e risorse per i loro piani orientali ebbe alterni successi, ma spesso riuscirono a mettere in piedi complicate e lontane spedizioni militari, quasi nessuna delle quali andò a buon fine. Nel 1915 fu organizzata una spedizione navale per forzare lo stretto dei Dardanelli e bombardare Istanbul, la capitale dell’Impero, ma l’operazione fu interrotta per le perdite subite dalla flotta. Nel 1916 tentarono di sbarcare truppe di terra per distruggere i forti che sbarravano l’accesso allo stretto, ma le truppe rimasero bloccate sulle spiagge e dopo non molto dovettero essere evacuate. Cercarono anche di conquistare l’Iraq e attaccare la Turchia da sud, ma l’esercito britannico fu circondato dai turchi e costretto ad arrendersi.

PALESTINA PRIMA DEL SIONISMO

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